Cantieri di decrescita urbana

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La definizione di sviluppo sostenibile contenuto nel rapporto Brundtland del 1987 è: “uno sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri bisogni”.

Nella nostra economia di mercato, però, l’insoddisfazione permanente del consumatore è condizione necessaria alla continuità della produzione. E’ cioè indispensabile che i beni prodotti e acquistati dalle persone siano immediatamente riconosciuti come superati, vecchi, arretrati, così che i desideri siano percepiti nuovamente come disattesi.

Parlare di sostenibilità all’interno di una società dei consumi appare quindi, sempre più chiaramente, una contraddizione in termini.

Per tentare di superare l’ossimoro costituito dall’accostamento dei termini sviluppo e sostenibilità, (che ricorda in maniera inquietante quelli di guerra pulita o di bombe intelligenti), Serge Latouche ha sviluppato l’idea di decrescita.

Ad una decrescita necessaria, inevitabile, subìta che si profila inesorabile al nostro orizzonte, egli contrappone infatti la scelta condivisa di una a-crescita, che non rifiuta la tecnologia, ma spinge a ridefinire le priorità, mettendo al centro i concetti di cura e di responsabilità individuale.

 

Una utopia concreta che si propone di superare le logiche del PIL e della produzione e “di reinventare un’altra idea di bellezza che ci porti a vedere le città, il territorio, i paesaggi, le comunità umane in modo differente”.

Il programma delle “8 R” (rivalutare, ricontestualizzare, ristrutturare, rilocalizzare, ridistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare), è il primo passo che Latouche individua, per iniziare ad invertire la rotta, per diminuire drasticamente gli effetti negativi della crescita e realizzare nel tempo una decrescita felice.

Ma come si traducono questi concetti in termini di pianificazione del territorio e del paesaggio, di progettazione degli spazi aperti e di gestione sostenibile del verde urbano?

A scala territoriale una delle forme che più si avvicinano a questi concetti è quella portata avanti dall’Associazione dei Comuni Virtuosi, che si è costituita attorno alla volontà di eliminazione del consumo di suolo nel proprio territorio amministrato, attraverso il recupero e la riqualificazione delle aree dismesse o sottoutilizzate.

I Comuni Virtuosi sono infatti consapevoli che (come hanno evidenziato nel loro Statuto), “la sfida di oggi è rappresentata dal passaggio dalla enunciazione di principi alla prassi quotidiana”.

A differenza dello sviluppo sostenibile, che fissa l’attenzione sulle responsabilità collettive nei confronti delle generazioni future, la decrescita ripropone infatti l’assunzione di responsabilità individuale invitando “a muoverci a partire da noi stessi, da dove ci troviamo, dalle nostre relazioni, dal nostro territorio, dai luoghi che abitiamo, mettendo in moto processi virtuosi”( Per un Manifesto della Rete italiana per la Decrescita, http://www.decrescita.it/joomla/index.php/chi-siamo/manifesto).

Anche la Convenzione Europea del Paesaggio, già nel 2000, sottolineava nel Preambolo l’innovativo principio che la gestione e la pianificazione del paesaggio comportano diritti e responsabilità per ciascun individuo.

Troppo poco è successo da allora. A livello globale siamo ancora in attesa di un reale cambiamento di gonvernance, che comprenda, recepisca e dia attuazione a queste nuove istanze.

Qualcosa, invece, dal basso ha iniziato a muoversi.

I mille movimenti di ri-appropriazione, autogestione, condivisione degli spazi urbani che si stanno moltiplicando ovunque, sembrano configurarsi infatti come cantieri di decrescita urbana, che hanno scelto, più o meno esplicitamente, la strada della sobrietà, inventando modelli nuovi, etici, sostenibili in senso proprio, di progettazione, gestione e cura degli spazi aperti e della natura in città.

In realtà urbane ormai sommerse dalle merci, ma sempre più carenti di relazioni e di spazi di vita, alcuni cittadini iniziano ad attivarsi per reinquadrare il concetto di benessere: dalla produzione di beni materiali, verso la produzione di beni sociali.

Alle “8R” di Latouche i cantieri di decrescita urbana sembrano dunque aggiungere una nona “R”: quella della responsabilità e dell’impegno personale. Una evoluzione importante, perché, come sostiene Luigi Zoja, “anche l’etica se non è individualmente percepita rimane un conformismo esposto ai maggiori rischi”.

Ecco dunque la ragione di questo blog: individuare e condividere esempi, rintracciati nel panorama locale e internazionale, che possano essere interpretati come declinazioni di una o più delle “8R”. E iniziare a riflettere sulla “moltitudine inarrestabile” di forme etiche di progettazione e gestione del paesaggio, che si configurano sempre più come paesaggi di decrescita.

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