Le donne (rurali) salveranno il mondo?

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Non è un paese per donne?

Mentre in Italia i giornali si riempiono di gossip su escort, reali e presunte, e le piazze si affollano di proteste contro il quotidiano svilimento della dignità femminile, nel mondo le donne sono attualmente oggetto di tutt’altro tipo di attenzione. La crisi economica e ambientale le ha poste al centro di un nuovo interesse, che riconosce loro il ruolo di catalizzatore nella soluzione dei problemi della fame e della povertà  e nel miglioramento della qualità della vita e dell’ambiente.

E non si tratta di donne imprenditrici, di personalità politiche o di amministratrici: il motore del cambiamento sono le “donne rurali”, che un rapporto della Banca Mondiale indica come le odierne paladine della lotta alla povertà e agli squilibri ambientali, per il prezioso contributo che esse apportano da sempre nel campo della sicurezza alimentare, dello sviluppo delle aree rurali e della conservazione della biodiversità in ogni angolo del Pianeta.

L’eco-femminismo, già negli anni Sessanta, lo aveva messo in evidenza: la conoscenza empirica delle donne, il loro essere  custodi di pratiche e di saperi tradizionali, pongono l’universo femminile  quale perno di una visione ecologica del mondo.

Così come, dall’altro lato, le logiche del dominio e dello sfruttamento sarebbero essenzialmente valori patriarcali, che hanno determinato la devastazione del pianeta ed un atteggiamento sempre più violento e predatorio nei confronti della Natura (e della Donna).

Da sempre le donne sono state produttrici e trasformatrici di alimenti. Oggi  sono responsabili della metà della produzione mondiale di cibo, con un’oscillazione che va dal 60% all’80% nei Paesi in via di sviluppo. Ma  la loro agricoltura  non permette solo la sussistenza a milioni di persone, liberandole dalla schiavitù del denaro e del mercato. Con sempre maggiore evidenza le donne rurali rivestono un ruolo chiave nella lotta alle logiche riduzioniste  e predatorie delle coltivazioni industriali, nella difesa dall’aggressione dell’ingegneria genetica e dal business del controllo dei semi, nella protezione della agro-biodiversità.

Come racconta Silvia Federici , “si sta sviluppando attualmente una campagna in America Latina ed in Africa, diretta da gruppi ed associazioni di donne, che rivendica il diritto alla terra garantito nelle leggi e nelle costituzioni dei propri rispettivi paesi. Nel frattempo le donne hanno continuato ad essere all’avanguardia nell’agricoltura urbana e nelle lotte per la terra. In molte città africane, da Accra a Kinshasa, si dedicano ad appezzamenti per coltivare mais, manioca e peperoni, cambiando il paesaggio delle città africane, integrando così la quantità di cibo per le loro famiglie e promuovendo la loro indipendenza economica”. (http://www.resistenze.org/sito/os/mp/osmpaa23-006101.htm).

In particolare nei paesi con un alto tasso di povertà, gli orti domestici stanno diventando infatti la carta vincente per il miglioramento economico e sociale di molte realtà urbane. La possibilità offerta alle donne di costruire e gestire un orto familiare accresce orgoglio e autostima, permette di acquisire competenze organizzative e imprenditoriali, promuove un sviluppo alimentare, economico e un miglioramento ambientale duraturi nel tempo.

African Garden, Lesotho. Foto: “Send a Cow” projects in different African countries, http://www.cowfiles.com/gallery/african-gardens

Secondo la FAO il sostegno alle donne è dunque la chiave per il miglioramento della produzione e della distribuzione del cibo e dei prodotti agricoli:  molti programmi hanno così iniziato ad inserire, tra gli obiettivi primari, l’integrazione delle donne, investendo su di esse, per tentare di dare loro uguale accesso alla terra, alle risorse, al credito e  incrementando la loro partecipazione alle decisioni.

Guatemala. Foto: Gianna Berti

Anche in Italia si muove qualcosa: nel 2007 è nata la Rete di Donne per la sicurezza alimentare e la salvaguardia della biodiversità, promossa da Vandana Shiva, Presidente della Commissione Internazionale per il Futuro dell’Alimentazione e dell’Agricoltura e dall’on. Susanna Cenni, che riunisce donne che si sono distinte, a livello locale e internazionale, nella sfera sociale, politica, istituzionale e tecnica a difesa della biodiversità. Nella Carta di Intenti si sottolinea infatti “il valore aggiunto che le donne apportano alla salvaguardia della biodiversità nei diversi ambiti di attività e contesti di vita” perchè “soprattutto, le donne pensano e vivono la diversità”. L’obiettivo della Rete è quindi quello di far emergere la voce delle donne e le loro proposte in questo campo, perché condizione femminile  e salvaguardia ambientale, sono da sempre intimamente legate

Ristrutturare: ecco quindi quello che in termini di decrescita fanno da sempre le donne rurali. E oggi più che mai hanno il compito di adattare l’apparato produttivo al contesto creato dalla crisi economica e ambientale, riportando al centro la tutela della diversità: biologica, culturale, di genere.

Ancora una volta, quindi, le donne, assenti o semplicemente invisibili ad ogni livello decisionale, emergono in tutta la loro grandezza là dove entrano in campo responsabilità e cura, che, come sostiene Annalisa Marinelli, riconcettualizzando un abusato luogo comune, “non è la natura delle donne, ne è la grande «opera»”.

Una forma di sapere, dunque, che non è prerogativa femminile, né solamente una disposizione naturale, ma un impegno paziente e quotidiano, che può essere appreso. Anche dagli uomini.

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