Learning from Japan

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Nulla potrà cancellare le immagini dell’11 marzo, quegli attimi in cui lo spazio deformandosi ha sbriciolato certezze scientifiche, arroganza tecnologica, superiorità umana.

Nessuno potrà più parlare di ragionevole sicurezza, senza timore di essere smentito da uno tsunami di dubbi, ipotesi non contemplate, variabili impazzite.

Sembra ridicolo in questo momento  ragionare di progettazione, di pianificazione: chi può fermare un terremoto di intensità devastante, o uno tsunami di dieci metri di altezza?

Certamente il popolo giapponese costituisce un esempio in questo settore: altrove un evento sismico delle proporzioni di quello appena verificatosi, avrebbe avuto effetti significativamente più drammatici. Ma qualcosa forse si può ancora imparare. Qualcosa che l’antica cultura giapponese sapeva già, e che forse è stato troppo frettolosamente archiviato: la ricerca di una armonia con la Natura.

In Giappone, più che in molte altre parti del mondo, infatti, un territorio eccezionalmente bello nasconde una natura potenzialmente pericolosa. Un clima relativamente mite, temperato, una vegetazione lussureggiante si affiancano alla conformazione vulcanica del paese ed ai frequenti sconvolgimenti naturali a cui l’arcipelago va incontro. La cultura giapponese ha imparato perciò ad apprezzare e a rispettare una natura ambivalente, al tempo stesso benigna e matrigna, addomesticandola, conservandola, miniaturizzandola.

La tradizione, attraverso le stampe di Hokusai e di Hiroshighe ha tramandato per secoli gli elementi tipici del paesaggio: l’acqua, la montagna, il lago, l’isola, il bosco, che si ritrovano anche nel giardino classico giapponese come elementi astratti, evocativi, simbolici di una natura trasformata in arte.

 

 

 

Fig. 1 Hokusai. Un’improvvisa raffica di vento

 

 

 

Negli ultimi cento anni però la necessità di innovazione, e la contaminazione con il mondo occidentale hanno trasformato profondamente la cultura giapponese, mutando la sensibilità verso l’ambiente naturale, e verso il paesaggio, in una fede cieca nello sviluppo governato da criteri economici, pragmatici, utilitaristici. La natura è stata immolata sull’altare della difesa dalle calamità, della cultura dell’emergenza (alluvioni, incendi, venti, tsunami, terremoti,…): nelle grandi città assieme alle inondazioni sono scomparsi i corsi d’acqua, e sono sorti ovunque imponenti edifici antisismici in cemento armato, che lentamente hanno cancellato ogni elemento naturale residuo.

Il progetto presentato da Kengo Kuma alla XIX Triennale di Milano, ormai quasi venti anni fa, risulta oggi, alla luce di quanto è successo, quasi profetico, e allo stesso tempo antico, per il forte richiamo ad una progettazione in armonia con la natura (shizen) e ad un tratto distintivo della cultura orientale: il concetto di “ma”. Originariamente, infatti, i giapponesi consideravano lo spazio e il tempo come entità inseparabili, unendo concettualmente la distanza tra due oggetti all’intervallo di tempo tra due fenomeni. Da un lato quindi, come scrive Teruyuki Monnai,  il ma rappresenta “lo spazio vuoto in cui i diversi fenomeni si manifestano, perdono i propri contorni e infine scompaiono”, dall’altro indica “l’istante del passaggio, ricco di tensione e insieme di casualità e ambiguità”.

Fig. 2 Kengo Kuma: Veduta della grass net, con indicazione delle specie vegetali e del nodi del sistema di emergenza

Kengo Kuma propone nel suo progetto “Tokyo Grass Net” un sistema verde destinato ad essere contemporaneamente distanza tra gli edifici, (spazio aperto di vita ma anche distanza di sicurezza), e intervallo di tempo, tra fenomeni diversi: l’ordine quotidiano e il caos dell’emergenza. Attraverso questo luogo di confine, nasce l’opportunità di dotare la città di una rete verde, che si configura come un parco pubblico nella quotidianità, e come spazio di evacuazione durante una calamità naturale, come quella di un terremoto.

La green net ipotizzata da Kuma configura quindi uno spazio, una pausa, che costituisce sia un tessuto connettivo tra elementi diversi, sia una successione temporale, che prevede l’alternanza di funzioni di gioco, di relax, di emergenza.

Fig. 3 Kengo Kuma: Tavole illustrative delle possibilità di utilizzo del verde e dei comportamenti consigliati in caso di emergenza

Una piccola lezione si può forse allora iniziare a trarre in questo momento di cauta riflessione post-terremoto: il senso costante di precarietà che permea lo spirito nipponico, legata ad una “cultura dell’emergenza” dovuta alle condizioni geografiche, non può essere superato intensificando semplicemente il ricorso alla tecnologia.

Lasciare spazi (verdi) tra gli edifici, nelle città, sulle coste non fermerà i cataclismi, ma può ridurne gli effetti devastanti, evitando l’arroganza delle previsioni certe, e recuperando una saggezza che sembrava perduta.

E per passare, come indica anche Latouche, “dalla fede nel dominio sulla natura alla ricerca di un inserimento armonioso nel mondo naturale”.

Quando questo accadrà, sostiene Kuma, allora “gli esseri umani inizieranno a vivere in un giardino”.

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