Dieta mediterranea contro lo stress: ozio, lentezza, nostalgia…e downshifting

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Di ritorno dalle vacanze siamo tutti più rilassati, un poco rallentati, spesso appesantiti. E’ il momento giusto per decidere di mettersi a dieta: cogliere l’attimo in cui la nostra mente non è stata ancora completamente riassorbita dalla frenesia del lavoro, per riflettere su come fare a mantenere lo stato di lento benessere raggiunto faticosamente dopo giorni di dolce-far-niente.

Christoph Baker è il dietologo che fa per noi, e ci prescrive un “decalogo mediterraneo” per recuperare la “dimensione conviviale” della nostra vita e ripensare le nostre priorità, consigliandoci come principali ingredienti, la lentezza, l’ozio e la nostalgia. Originario della svizzera, dopo essersi trasferito a Roma, è stato conquistato dalla vita mediterranea, traendo da essa l’ispirazione per teorizzare una vita “leggera”,  in fuga dalle convenienze e da un sistema che ci vuole insoddisfatti cronici, che ci spinge  a guadagnare, per poterci far spendere, a  iper-alimentarci per poi chiederci di dimagrire (C. Baker, Ozio lentezza e nostalgia. Decalogo mediterraneo per una vita più conviviale, 2006)

Con umorismo e ironia Baker ci spinge quindi a ridurre il peso che affligge le nostre giornate (efficientismo, profitto, consumo…..) e a perdere tempo per guadagnare leggerezza.

La lentezza è il primo passo, perché fondamentale è sapere attendere (come fanno i contadini e i giardinieri), il tempo necessario perchè ogni ciclo si compia: dalla semina al raccolto, dalla gemma al frutto…..

La velocità appartiene ai tempi lineari, alla produzione industriale, alla società dell’usa-e-getta. La natura ha tempi ciclici, dove ogni pausa è attesa, ma anche preparazione per quello che verrà.

Solo un andamento lento, inoltre,  ci consente di riflettere, di prestare attenzione a noi stessi, alla persone che ci stanno vicine, alle cose che amiamo.

Poi viene l’ozio, inteso non solo come attività speculativa o ludica, ma come vera e propria pigrizia. In un mondo che tende a spremerci come limoni, diventa infatti fondamentale risparmiare l’energia vitale, rallentare l’andatura,  fare resistenza passiva all’efficientismo che umilia le relazioni e uccide le nostre aspirazioni, sacrificandole sull’altare del rendimento e del successo.

Calvin & Hobbes by Bill Watterson

Ultimo ingrediente la nostalgia: per un’arte di vivere ormai perduta, per la saggezza delle cose semplici, per la memoria che, frastornati dalla continua corsa verso il futuro, ormai non ci appartiene più.

Sembrerebbero riflessioni scontate, oziose, se non fosse che, secondo una recente stima dell’agenzia londinese Datamonitor, nel mondo si sono ormai “messi a dieta” oltre sedici milioni  di lavoratori. Si tratta del fenomeno crescente del downshifting, metafora ironicamente automobilistica che significa rallentare, “scalare la marcia”,  e che indica  la scelta volontaria di autoriduzione del salario, e di rinuncia alla carriera, per avere più tempo per sé, la propria famiglia, gli amici.

In estrema sintesi si tratta di: lavorare meno, guadagnare meno, consumare meno.

Il fenomeno risale alla metà degli anni Novanta, periodo delle prime fuoriuscite di manager e professionisti (per lo più anglosassoni) dai ranghi dei cosiddetti workaholics, alla ricerca di uno stile di vita meno retribuito, ma più soddisfacente.

Successivamente il downshifting si è intrecciato con la filosofia “slow” (slowlife, slowmoney, slowfood, ecc…) ampliando i propri confini, ma restando sempre nell’ambito dei paesi del Nord del mondo.

La critica più frequente è infatti quella che per poter rinunciare a parte del proprio stipendio si debba essere almeno super-manager in odore di stress.

Niente di più falso. Non è obbligatorio infatti essere downshifter “estremi”: ognuno può regolare la dieta  secondo le proprie necessità ed esigenze: si tratta solo di decidere di vivere meglio, consumando meno. Autoproduzione, baratto, carpooling, house-sharing faranno il resto.

Downshifting "mediterraneo"

Innumerevoli sono inoltre le ricadute globali della somma di queste scelte individuali: basta pensare alla riduzione del consumo di energia, della produzione di rifiuti, dell’uso dei trasporti, dello spreco di risorse, dell’impronta ecologica globale che una opzione come questa comporta .

Diventare downshifter significa dunque avere a cuore non solo il benessere personale, ma anche la natura, l’ambiente, il paesaggio.

Stanchezza, malessere generale, paura di affrontare la quotidianità, sono i tipici disturbi al rientro dalle vacanze. I medici consigliano una dieta antistress ricca di frutta e verdura.

E se, tanto per cambiare, provassimo con il downshifting?

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