Design Revolution: progettare per il resto del mondo

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Secondo il rapporto delle Nazioni Unite “The Challenge of Slums”, nel 2001 quasi un miliardo di persone nel mondo (cioè una ogni sei) viveva in uno slum o in un campo profughi. Oggi quel numero è salito a una persona ogni sette ed è, probabilmente, destinato a crescere.

L’ultimo Rapporto sullo sviluppo umano, ha inoltre evidenziato che il divario tra ricchi e poveri continua a salire, e che quasi la metà della popolazione mondiale vive in condizioni di povertà; un quinto di questa nella povertà più assoluta.

Persone nel mondo che vivono negli slums (Fonte: UN-HABITAT)

Le riflessioni che questi dati inducono sono indubbiamente molte. Ma per chi si occupa, in varie forme, di progettazione, emerge un fatto decisamente chiaro, quanto sconcertante: architetti, planner e designer indirizzano la quasi totalità delle ricerche e della propria azione progettuale verso i bisogni di una minoranza della popolazione mondiale, mentre la stragrande maggioranza degli esseri umani continua a vivere, ignorata, in agglomerati senza servizi e infrastrutture primarie, in case senza spazio, igiene e sicurezza, privi delle risorse minime per acquistare un qualsiasi prodotto.

Bangalore slum, India (http://www.googlemonopoly.eu)

L’attività progettuale si evolve continuamente alla ricerca di soluzioni qualitativamente migliori, esteticamente più apprezzabili, economicamente più accessibili: ma a ben guardare si tratta quasi sempre di piani, progetti e prodotti che non avranno mai nessun tipo di impatto per la maggior parte delle persone. Studi, innovazione, idee, finanziamenti interamente dedicati al benessere di chi, anche quando sta male, sta incommensurabilmente meglio di gran parte dei suoi simili.

 Ma è poi così difficile pensare di ampliare l’orizzonte progettuale ai bisogni del resto del mondo, affiancando allo slancio umanitario, l’orgoglio di trovare soluzioni che facciano davvero la differenza e la capacità di rivolgersi ad un nuovo tipo di “clienti”: i poveri?

 Nel 2007 la mostra allestita al Cooper-Hewitt National Design Museum di New York, dal titolo Design for the other 90%, ha portato alla pubblica attenzione una serie di progetti  rivolti ai bisogni essenziali di coloro che abitano i paesi poveri del mondo, e che vivono con meno di due dollari al giorno. Oggetti semplici, a basso costo, firmati da designer sconosciuti, capaci però di incidere sulla vita di milioni di persone, come ad esempio “Q Drum” la ruota container ad anello per trasportare l’acqua, o “Hip pump”, la pompa a pedali per l’irrigazione dei campi, o “Solar Kitchen”, la cucina ad energia solare, realizzata con materiali di scarto delle biciclette, utilizzata per le mense scolastiche.

Q drum

“Q Drum” la ruota container ad anello per trasportare l’acqua (http://design-for-impact.blogspot.com/2011/10/q-drum-water-carrier.html)

Hip Pump

“Hip Pump”, la pompa a pedali per l’irrigazione dei campi (http://mobileactive.org)

Altro esempio virtuoso sono le varie declinazioni nazionali dell’associazione Architettura senza Frontiere, nate su ispirazione della ONG Spagnola Arquitectos Sin Fronteras, che con i loro progetti promuovono nei paesi del “Quarto Mondo” uno sviluppo locale indipendente, autogestito ed autosufficiente attraverso una “Architettura Appropriata: da realizzare tramite la ricerca, la promozione e lo sviluppo di soluzioni tecniche idonee utilizzando risorse locali ed eco-sostenibili”.

 Lo studio internazionale KDI (Kounkuey Design Initiative), fondato nel 2006 e specializzato nella progettazione architettonica e del paesaggio, in ingegneria e pianificazione urbana, ha invece incentrato la sua attenzione sulla progettazione degli spazi pubblici come mezzo e luogo di promozione fisica, economica e sociale.

Secondo KDI, infatti, i Public Productive Spaces (PPS) sono spazi dove, grazie alla partecipazione della popolazione residente, è possibile “creare a basso costo ambienti costruiti ad alto impatto”, capaci cioè di migliorare la vita quotidiana degli abitanti.

Si tratta in genere di aree inutilizzate e spesso insalubri o pericolose che, attraverso la progettazione, diventano spazi pubblici “attivi”: aree di ritrovo per la comunità, orti, spazi ricreativi o addirittura micro-imprese.

Questa la filosofia che ha guidato numerosi interventi del gruppo KDI. Il più famoso, è il progetto realizzato a Kibera, la più grande baraccopoli dell’Africa sub-sahariana, che ha visto il recupero dell’area paludosa e inquinata intorno al fiume che attraversa Nairobi, e la successiva realizzazione di servizi igienici, di un parco giochi, e di una micro impresa per la creazione di compost da rivendere ai contadini.

Tutti questi restano però, purtroppo, esempi sporadici di una progettualità illuminata, che ha scelto di farsi carico dei bisogni primari di un orizzonte più ampio di persone.

Quello che servirebbe è invece un cambiamento radicale del pensiero progettuale, una design revolution capace di usare la tecnologia globale per sconfiggere la povertà locale, ma utile anche a curare la nostra compulsione al consumo e allo spreco, rendendo migliore l’esistenza di tutti, e restituendo senso alla parola progetto.

Pro-gettare, dal verbo latino proijcere (gettare avanti), contiene infatti nella sua radice un forte connotato di miglioramento,  di pro-gressum in senso proprio,  a sottolineare la necessità di andare oltre i confini ristretti, i limiti imposti, avanzando sulla strada della creatività per abbracciare orizzonti sempre più ampi.

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