Donne che amano gli alberi

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Non so se l’ecofemminismo abbia ragione: se esista davvero una correlazione tra la condizione di subordinazione della donna e il crescente degrado ambientale.

Se il patriarcato sia l’origine di tutti mali, dallo sfruttamento forsennato di persone e risorse, alla crisi economica in atto, e se, contrariamente, il matriarcato sarebbe la soluzione a tutti i mali.

Certo è che questo 8 marzo, che vede le donne ancora lontane da molti dei traguardi relativi alla parità di genere, disperatamente rinchiuse dentro inaccettabili stereotipi, quotidianamente uccise per “motivi passionali”, mi piacerebbe celebrarlo ricordando tre donne che hanno legato il loro destino agli alberi, simboli della vita, metafora della connessione tra le dimensioni opposte di cielo e terra, sintesi tra maschile e femminile.

Gustav Klimt, L’Albero della Vita

Amrita Devi

In India esiste una leggenda che narra di una donna morta per difendere gli alberi della propria regione, divenendo un esempio di coraggio per suoi contemporanei, e per le generazioni future.

La storia narra che intorno al 1730, il Maharajah Abhay Singh di Jodhpur inviò nel vicino distretto di Khejarli i suoi emissari, con il compito di procurare il legname necessario per la costruzione del suo nuovo palazzo. Amrita Devi si oppose agli uomini del sovrano, abbracciando gli alberi nell’estremo tentativo di difenderli dai tagliaboschi, e finendo così decapitata dalle loro stesse asce. Le tre figlie di Amrita, allora, seguirono il suo esempio, e così altre 363 persone tra uomini, donne e bambini, sacrificandosi tutti per la loro salvezza dei loro alberi.

Si racconta che il Maharajah, allora, impressionato dal coraggio di Amrita e dei suoi compagni, non solo sospese il massacro, ma emise un decreto col quale proibì il taglio degli alberi e l’uccisione degli animali all’interno di quella regione.

Il sacrificio di Amrita Devi e delle sue figlie

 La leggenda di Amrita Devi è arrivata sino ai giorni nostri, e ha ispirato il Movimento Chipko, che negli anni Settanta è stato protagonista di proteste che hanno visto le donne indiane nuovamente mobilitate in difesa degli alberi, contro la deforestazione e la desertificazione. Chipko” è una parola Hindi che significa aggrapparsi, e rievoca la tecnica principale delle manifestanti di abbracciare i tronchi degli alberi destinati all’abbattimento, rifiutando di piegarsi alla logiche della speculazione commerciale.

Nel 1987 alle donne del movimento Chipko è stato assegnato il Nobel per la Pace,  per aver posto la vita delle foreste al di sopra della propria e, per aver affermato, con le loro azioni, l’insensatezza del predominio dell’uomo sugli altri esseri viventi.

The Chipko Movement

Wangari Muta Maathai

Poco conosciuta nel mondo occidentale, forse perché africana, o forse anche perché donna, Wangari Muta Maathai è stata la prima donna africana a conseguire un dottorato, e la prima ad ottenere una cattedra all’Università di Nairobi. Ma la sua opera più importante è stata la fondazione, negli anni Settanta, del Green Belt Movement, una organizzazione non governativa, attraverso la quale ha combattuto i problemi ambientali, e il disboscamento in particolare, piantando oltre 40 milioni di alberi per contrastare la desertificazione, tanto da guadagnarsi l’appellativo di “signora degli alberi”.

Riteneva infatti che la democrazia potesse essere garantita solo attraverso la protezione dell’ambiente, e amava ripetere che “pace, democrazia e ambiente viaggiano tutti sullo stesso autobus” . (Alberizzi Massimo, Corriere della sera, 27 settembre 2011)

Alla lotta per l’ambiente affiancava inoltre quella per i diritti delle donne, convinta che lo sviluppo del proprio paese passasse anche e soprattutto attraverso l’emancipazione e l’occupazione delle donne africane.

Nel 2004 ha raggiunto infine il suo terzo primato, divenendo la prima donna africana ad aver ricevuto il Premio Nobel per la Pace, assegnatole per «il suo contributo alle cause dello sviluppo sostenibile, della democrazia e della pace».

Wangari Muta Maathai, la signora degli alberi

L’ultimo personaggio di questa galleria di “donne che amano gli alberi” è Heidi Threlfo, bio-artista australiana che ha messo a punto una sorta di “tree art”, ovvero installazioni ambientali che rievocano le antiche celebrazioni tradizionali degli alberi, tipiche della sua terra. Utilizzando un approccio giocoso l’artista vuole sensibilizzare le persone ai temi ambientali, e suscitare attenzione sui gravi problemi ecologici e culturali del presente.

“Trees have made me a better artist and a more conscious person” scrive nel suo blog (http://heidithrelfo.weebly.com), grazie anche all’esempio di Amrita, che risuona ancora, dopo secoli, in ogni parte del mondo.

A modo suo, infatti, anche Heidi Threlfo abbraccia gli alberi, ricoprendo i loro fusti con materiali vari. In particolare nella installazione  presso i Botanic Gardens di Wellington, in Nuova Zelanda, il materiale scelto per ricoprire i tronchi era costituito da centrini realizzati all’uncinetto e acquistati per pochi centesimi all’usato.

Anche la Threlfo, curiosamente, costruisce infatti un legame tra alberi e condizione della donna, mettendo in parallelo la questione ambientale e il tema del lavoro femminile (i centrini) troppo spesso sottostimato e sottopagato.

Heidi Threlfo, Wellington Botanic Gardens (http://www.flickr.com/photos/carol_green/3302192768/)

Il lavoro di Heidi Threlfo infine, si ricollega  anche al movimento di knit guerrilla (o guerrilla knitting), nato  nel 2005 ad opera di artiste di strada con la finalità di utilizzare il lavoro a maglia, semplice e accessibile a tutti, per abbellire le città.

Un altro movimento femminile che sottovoce, abbracciando, resistendo, sorridendo cerca di cambiare il mondo. 

knit guerrilla

knit guerrilla

Dicono di sé le guerrigliere della maglia: “Siamo donne entusiaste delle nostre convinzioni. Abbiamo forti opinioni e grandi idee nei meandri dei nostri cervelli. Non stiamo solo urlando attraverso il nostro cucire. Dovete ascoltare con più attenzione. Cambiare e rendere il mondo un posto migliore è una cosa che può essere fatta con un sorriso, invece che con una smorfia, con un sussurro invece che strepitando. Quello che facciamo può cambiare il modo in cui le persone guardano il proprio mondo. Come cambiarlo è una cosa che spetta a loro. Questo è il punto. Non c’è bisogno di dirvi cosa vedere nei nostri lavori di cucito. E’ la vostra mente e il vostro mondo. Iniziate a pensare. Noi continueremo a lavorare a maglia” (http://knitthecity.com/why/).

Iniziate a pensare, noi continueremo ad abbracciare gli alberi!

Buon 8 marzo a tutt*!

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