Panorami: “un guardare che non finisce”

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Ho letto un articolo sui “belvedere” redatto da un giovane scrittore, che mi ha dapprima incuriosito e poi, al termine della lettura, lasciato la voglia di continuare a riflettere, ampliando il corso dei pensieri ad altre questioni. Non è davvero poco per un solo articolo, visti i tempi!

Ho iniziato a leggerlo perché personalmente, ma anche in un’ottica professionale, detesto i “belvedere”.

Detesto forse è una parola grossa, ma certo è che provo diffidenza e tendo a fuggire tutti quei luoghi che concentrano le masse, uniformando le persone e imponendo loro una funzione: dai centri commerciali, ai parchi a tema, agli spazi allestiti “per guardare”.

Come paesaggista, inoltre, vedo ogni giorno i danni che continua a produrre una visione del paesaggio prevalentemente estetica e vincolistica (tanto cara a molti comitati e associazioni), della quale i “belvedere” sono appunto una delle più tipiche espressioni.

Belvedere: spazi allestiti “per guardare”.( foto di Irpastor http://www.flickr.com/photos/76086141@N03/6883745495/)

Belvedere: spazi allestiti “per guardare”.( foto di Irpastor http://www.flickr.com/photos/76086141@N03/6883745495/)

Amo invece i “panorami”, in particolare quelli che raggiungi dopo ore di camminata in solitaria, o con pochi amici scelti; o anche quelli che, semplicemente, eleggi tali stando comodamente seduto sulla tua panchina preferita, o sull’autobus che ti porta a scuola o al lavoro, regalandoti in quel preciso punto, ogni giorno, un istante di felicità.

Ecco l’importanza dei “paesaggi della quotidianità”, messi in luce dalla Convenzione Europea del Paesaggio, ma così poco compresi dalla legislazione, e dalle nostre amministrazioni. Sono questi i luoghi che, spesso più dei paesaggi eccezionali, risultano fondamentali per il nostro benessere, per la costruzione della nostra identità.

Andrea Bajani, l’autore dell’articolo in questione, attraverso i “belvedere” introduce però, tra le sue argomentazioni, un tema ulteriore: una riflessione sul Tutto (l’Infinito di leopardiana memoria?), sulla necessità cioè di imparare sin da bambini che “esiste un guardare che non finisce”.

Parla insomma della vanità del fare chilometri, o dell’aspettare in coda per raggiungere il “belvedere”, sperando di scoprire il punto in cui, in un solo sguardo, poter cogliere il Tutto, o peggio ancora, fotografarlo.

Panorama: un “guardare che non finisce” (foto S.M.)

E parla anche della necessità di lasciare spazio al mistero, e dell’impossibilità di scomporre il Tutto in parti note, concetti sui quali mi trovo assolutamente d’accordo.

Sarà perché vivo la fotografia come una fonte continua di frustrazione per l’impossibilità di catturare davvero i “panorami”. Tanto che mi capita spesso di dimenticare (forse un “atto mancato”), la macchina fotografica a casa, forse per continuare ad allenare lo sguardo e la memoria, o forse per non cedere alle lusinghe di un mezzo che promette molto (ai comuni mortali), ma che riesce spesso a restituire solo pezzi scoordinati di un Tutto.

Sarà che di fronte al “paesaggio” ancora, dopo anni di studio e di lavoro, mi incanto. E pur avendo imparato a studiarlo, a leggerlo e a tradurlo in dati e azioni, sento l’impossibilità di coglierne realmente il mistero.

Sarà perché sempre più spesso, sento il limite di una conoscenza che cataloga, ma non “esperisce”; di uno sguardo che cattura verità oggettive, ma che non sa vedere oltre i dati.

E proprio come Bajani “mi viene in mente la difficoltà di prendere Tutto dentro il pensiero, nella preghiera, e Tutto dentro lo sguardo, sui belvederi, e che star lì al poligono [in inglese fotografare e sparare si dice to shoot ], con la macchina, è come provare a fotografare Dio, o a sparargli, che sono due gesti, che si abbia o meno fede , che si sia credenti o no, che siamo troppo piccoli per fare” (Andrea Bajani, L’importanza di guardare lontano, IoDonna 21 aprile 2012).

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