Dimissioni per la decrescita

Standard

Dimissioni è sicuramente una delle parole che più ha caratterizzato il 2013.

In questo difficile anno,c’è chi si è dimesso perché non più all’altezza della situazione, per un desiderio di autolimitazione di fronte ad un compito che sembrava diventato troppo grande per le proprie forze; chi si è dimesso per aver superato ogni limite di credibilità provando a smacchiare un giaguaro, e chi si è dimesso per un desiderio smodato di illimitatezza, di superamento di qualsiasi regola, di qualsiasi limite imposto alle ambizioni proprie e del proprio capo.

Le dimissioni sono spesso una rinuncia, possono essere imposte oppure scelte, così come possono mandare via, lasciare andare o portare altrove (dal latino dimittĕre). Talvolta si configurano anche come una rivendicazione, una protesta.

Torna in mente in questo caso Henry David Thoreau,  che nel suo famoso saggio “Disobbedienza civile” scriveva:  “se vuoi davvero fare qualcosa, rassegna le dimissioni”.

Dimissioni (Altan)

Dimissioni (Altan)

Thoreau parlava allora della necessità di obiezione, di ribellione non violenta verso leggi ingiuste, che non rispettavano i diritti civili.

Latouche ha recentemente scritto, riguardo alla necessità di ribellarsi alla follia e all’ingiustizia di una crescita infinita, sottolineando l’opportunità di ritrovare il senso del limite, a livello individuale, ma ancor più a livello collettivo.

Due atteggiamenti che presentano molti punti di contatto e che uniti possono svelare una  rivoluzionaria potenzialità: le dimissioni come strumento di protesta pacifica, di autolimitazione, di decrescita civile.

Ampliando infatti il concetto di dimissioni, nel senso di autolimitazione scelta, di protesta non violenta contro gli eccessi imposti dalla nostra società, è possibile operare la scelta rivoluzionaria di dare le dimissioni da consumatori, da telespettatori, da workhaolic, da vincenti per forza, da bulimici per necessità, ecc…

Ma non basta. Servono soprattutto dimissioni da abusati modi di pensare, che avvelenano anche i migliori progetti di cambiamento, che spesso finiscono per riproporre sotto mentite spoglie errori deprecati, modelli censurati, incapaci di vedere e realizzare davvero il cambiamento.

Accade infatti che gruppi nati per opporsi alle logiche del mercato, promuovendo il valore della solidarietà, della condivisione e della partecipazione, finiscano a volte per perdere il senso del limite e per trincerasi in atteggiamenti integralisti, di rifiuto di chi non è conforme, allineato, assumendo comportamenti dogmatici e assolvendosi poi attraverso formalismi politically correct quali gli asterischi per le pari opportunità di genere (car*, tutt*, ragazz*,…. ) di cui riempiono le mail.

Diversità (Charles M. Schulz)

Diversità (Charles M. Schulz)

Oppure accade che altre realtà nate per promuovere forme diverse di pianificazione e gestione del territorio e del paesaggio, invece di cercare intorno a sé o in altri paesi esempi di buone pratiche da condividere e promuovere, sconfinino oltre i limiti che si erano dati, e affidino (per inerzia mentale, per comodità, per timore reverenziale, per mancanza di immaginazione o chissà che altro) l’elaborazione dei propri principi e ideali a noti cementificatori più o meno pentiti, ad archistar, a baroni universitari a personaggi televisivi, tradendo così sul nascere lo spirito di innovazione della propria ricerca, della propria proposta.

Oppure capita addirittura che giardini condivisi, nati come luoghi gestiti da amici, vicini, cittadini appassionati costituitisi in gruppo per prendersi cura di uno spazio di natura e coltivare fiori e ortaggi, ma anche relazioni e integrazione sociale,  finiscano poi, con la scusa  di “autofinanziarsi”, per perdere di vista i limiti di coerenza, vendendo i propri ortaggi all’albergo a cinque stelle che, proprio accanto a loro, ha un immenso parco debitamente recintato e destinato unicamente ai propri facoltosi clienti.

Se è vero allora che, come sostiene Latouche, la cultura moderna è caratterizzata dall’illimitatezza, e che “darsi dei limiti è il gesto che distingue la civiltà dalla barbarie” (Serge Latouche, Limite, Bollati Boringhieri  2012), da tutte queste storture solo una moltitudine di persone dimesse può salvarci: persone capaci di dare vita ad una reale rivoluzione attraverso la rinuncia e il senso del limite come forma di dissenso.

Dimissioi (hobbs)

Dimissioni (Hobbs)

Peccato che dimettersi  inizi con la “d” e non con la “r”: sarebbe potuto diventare un nuovo fondamentale obiettivo da aggiungere alle “8R” della decrescita!

Annunci

Una risposta »

  1. Come al solito un articolo che offre ottimi spunti di riflessione…naturalmente Lucy è sempre geniale ed io sono molto contenta di aver finalmente saputo cosa vuol dire quel car* che ho visto nelle mail e che, nella mia ingenuità, avevo preso per un errore di stampa.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...