Dimissioni per la decrescita

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Dimissioni è sicuramente una delle parole che più ha caratterizzato il 2013.

In questo difficile anno,c’è chi si è dimesso perché non più all’altezza della situazione, per un desiderio di autolimitazione di fronte ad un compito che sembrava diventato troppo grande per le proprie forze; chi si è dimesso per aver superato ogni limite di credibilità provando a smacchiare un giaguaro, e chi si è dimesso per un desiderio smodato di illimitatezza, di superamento di qualsiasi regola, di qualsiasi limite imposto alle ambizioni proprie e del proprio capo.

Le dimissioni sono spesso una rinuncia, possono essere imposte oppure scelte, così come possono mandare via, lasciare andare o portare altrove (dal latino dimittĕre). Talvolta si configurano anche come una rivendicazione, una protesta.

Torna in mente in questo caso Henry David Thoreau,  che nel suo famoso saggio “Disobbedienza civile” scriveva:  “se vuoi davvero fare qualcosa, rassegna le dimissioni”.

Dimissioni (Altan)

Dimissioni (Altan)

Thoreau parlava allora della necessità di obiezione, di ribellione non violenta verso leggi ingiuste, che non rispettavano i diritti civili.

Latouche ha recentemente scritto, riguardo alla necessità di ribellarsi alla follia e all’ingiustizia di una crescita infinita, sottolineando l’opportunità di ritrovare il senso del limite, a livello individuale, ma ancor più a livello collettivo.

Due atteggiamenti che presentano molti punti di contatto e che uniti possono svelare una  rivoluzionaria potenzialità: le dimissioni come strumento di protesta pacifica, di autolimitazione, di decrescita civile.

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Ripide considerazioni su paesaggi alpini

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Non so se esistano nei vari dialetti dell’Alto Adige diverse parole per indicare la mille gradazioni di verde che contraddistinguono i paesaggi alpini, così come la leggenda metropolitana vuole che gli Inuit abbiano un centinaio di vocaboli per descrivere la neve (….lo so, è una bufala, ma è un peccato che non sia vero!).

Certo è che chi abita qui, o semplicemente vive in questi luoghi per qualche settimana l’anno, sa che il semplice aggettivo “verde” è del tutto insufficiente a dare ragione delle mille sfumature di prati, campi, laghi, boschi, orti che si rincorrono e si sovrappongono per queste valli.

(foto S.M.)

(foto S.M.)

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Se si insegnasse la bellezza

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Peppino Impastato: Sai cosa penso? Che quest’aeroporto in fondo non è brutto, anzi…

Salvo Vitale: Ma che cosa dici?

Peppino Impastato: No ma… Visto così dall’alto, uno sale qua sopra e potrebbe anche pensare che la natura vince sempre, che è ancora più forte dell’uomo e invece non è così! In fondo tutte le cose, anche le peggiori, una volta fatte poi si trovano una logica, una giustificazione per il solo fatto di esistere: fanno ‘ste case schifose con le finestre in alluminio e i muri di mattoni finti… Mi stai seguendo?…

Salvo Vitale: Eh, ti sto seguendo!

Peppino Impastato: …I balconcini, ‘a gente ci va a abitare e ci mette… le tendine, i gerani, la televisione e dopo un po’ tutto fa parte del paesaggio, c’è, esiste, nessuno si ricorda più di com’era prima, non ci vuole niente a distruggere la bellezza.

Salvo Vitale: Ah beh, ho capito, ma allora?

Peppino Impastato: E allora… E allora invece della lotta politica, la coscienza di classe, tutte le manifestazioni e ‘ste fissarie, bisognerebbe ricordare alla gente cos’è la bellezza, aiutarla a riconoscela, a difenderla.

Salvo Vitale La bellezza?

Peppino Impastato: La bellezza, è importante la bellezza, da quella scende giù tutto il resto.

(I cento passiregia di Marco Tullio Giordana, 2000)

 

 

Bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione” sosteneva Peppino Impastato. La bellezza è importante, da quella scende giù tutto il resto.

La creazione di “Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie” nel 1995 è stato sicuramente un primo passo per “valorizzare la memoria delle vittime di mafie e di ogni altra violenza e non dimenticare chi si è impegnato a costruire giustizia”.

Credo però che oggi Peppino Impastato sarebbe particolarmente felice sapendo che l’Italia parteciperà alla terza edizione del Premio  del Paesaggio del Consiglio d’Europa, e lo farà con  il progetto “La rinascita dell’Alto Belice Corleonese dal recupero delle terre confiscate alla mafia”, realizzato dalla “Cooperativa Placido Rizzotto” e presentato proprio da Libera Terra. 

Candidato italiano al Premio del Paesaggio del Consiglio d'Europa 2012-2013
Candidato italiano al Premio del Paesaggio del Consiglio d’Europa 2012-2013

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Paesaggi di parole

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Nell’era del linguaggio sincopato a cui ci hanno abituato mail e sms, tra un classico tvb (ti voglio bene), un anglofono omg (oh my good), fino ad uno spiccio cvd (ci vediamo dopo), certi libri non trovano collocazione, e hanno poco mercato.

A chi può interessare oggi la minuziosa descrizione delle diverse forme e texture dei faggi: “molti apparivano lisci come raso grigio, ma alcuni avevano una ruvidità da carta smeriglia ed erano coperti da un’ombra di muschio”? Perché perdere tempo per definire in cento modi diversi, ognuno estremamente preciso ed evocativo, la luce che attraversa il bosco nelle diverse stagioni e ore del giorno: grigia, acquatica, oscura e brillante, luccicante di granelli infuocati, splendente, dura e metallica, densa e violacea?

“Tu 6 proprio 3mendo” verrebbe da messaggiare all’autore.

TVB (Fonte immagine: http://www.scritturebrevi.it/)

TVB (Fonte immagine: http://www.scritturebrevi.it/)

Ma John Alec Beker scriveva The hill of summer, nel 1967, in un’era pre- internet e telefonia mobile, quando per le parole esisteva forse maggiore considerazione. Solo recentemente (2008) il testo è stato tradotto in italiano da Salvatore Romano, per la nuovissima casa editrice palermitana Gea Schirò, nata con l’obiettivo di proporre “testi nuovi o ignorati che non abdichino alla pratica della complessità”.

E in questo libro, dove  non succede nulla per oltre centocinquanta pagine, è proprio la complessità, la ricchezza della lingua a fare da protagonista. Le parole scorrono, fluiscono in maniera armonica, quasi fossero una musica. La narrazione diventa una cantilena, che attraverso un  ritmo ancestrale (come onda, respiro, battito cardiaco),  conduce in una dimensione diversa, dove il lettore diventa faggio, quercia, muschio, collina, falco, allodola.

Una sorta di “via dei canti” anglosassone, dove le parole creano una melodia che definisce un territorio, un paesaggio, dove l’uomo non è protagonista, ma semplicemente parte di un tutto.

L’autore, invece di un  linguaggio sincopato, sembra voler scegliere una sorta di controtempo, annullando completamente la prima persona (tempo forte), e ponendo l’accento sulla scrittura, sulla parola (tempo debole) capace non solo di descrivere, ma di evocare, far vivere e risuonare un paesaggio.

La scelta delle parole diviene dunque una forma di cura, di amore per il proprio ambiente, che spinge l’autore a cesellare il linguaggio, per dare conto di ogni dettaglio, di ogni sfumatura del microcosmo da lui conosciuto e amato.

Così Beker descrive, ad esempio, i downs, il paesaggio collinare tipico dell’Inghilterra del sud:

“Il sole splendeva e un tagliente vento di luce mi soffiava in faccia come il fremito di una vela bianca sulla verde distesa ondulata. Le colline più a sud erano scure, si allontanavano in crinali ondosi, sbiadendo da grigio in bluastro, scomparendo in un’aria nebulosa. Quelle più vicine sembravano allontanarsi veleggiando, quelle un poco più lontano avvicinarsi lentamente. Quelle più lontane erano quiete nel loro silenzio, estranee a quel paesaggio, appartenenti ad un altro luogo e a un altro tempo. Sotto, sul pendio della collina, cresceva un boschetto, scuro del verde velato delle querce, leggero dell’ondeggiare soffice del frassino, del bianco dei fiori del biancospino e di un fremito dei larici color smeraldo. Il canto caldo dei merli aleggiava verso di me sulle ali della brezza, percepibile solo nei silenzi momentanei delle allodole più in alto”(pag.51).

Downland landscape (Foto di  Giles C. Watson)

Downland landscape (Foto di Giles C. Watson)

Ludwig Wittengstein ha scritto: i limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo”.

In quale ristretto mondo viviamo, allora, noi che affidiamo ad uno scarno tvb, il compito di trasmettere uno dei sentimenti più complessi e multiformi che caratterizzano il genere umano?

Quali paesaggi abitiamo, se usiamo così poche parole per descriverli, o se, ancora peggio, attraverso le parole (consumate, manomesse, improprie) continuamente lo tradiamo, lo violentiamo?

Viene in mente ad esempio la definizione, abusata e indefinita, ma ancora oggi grandemente in auge, di “verde urbano”. Come ha scritto Alain Roger, questa “verdolatria”, così ampiamente professata dai nostri amministratori e legislatori, e così banalizzante, in realtà nuoce gravemente al paesaggio (vedi la L. 10 del 2013, “Norme per lo sviluppo degli spazi verdi urbani”).

Creare “spazi verdi”, infatti, o piantare alberi, niente aggiunge al paesaggio urbano: “atopico, acronico, anartistico, lo spazio verde non si cura dei tracciati, delle proporzioni, degli elementi minerali e acquatici, della composizione paesaggistica o geometrica. E’ un nulla vegetale consacrato alla purificazione dell’aria e all’esercizio fisico” (Pierre e  Denise Le Dantec, Le roman des jardins de France, Plon, Paris 1987, pag.261)

Verde urbano e Verdolatria (Fonte:http://oggiscienza.wordpress.com/tag/verde-urbano/

Verde urbano e Verdolatria (Fonte:http://oggiscienza.wordpress.com/tag/verde-urbano/

Ma ancora oggi, una  nuova parola capace di definire la varietà e le sfumature, o almeno di rendere giustizia alla complessità di  questi paesaggi urbani, relegando finalmente il “verde” nella cornice di un passato funzionalista, non siamo riusciti, o non abbiamo voluto trovarla. E forse è anche per questo che il “verde” urbano è così scadente, banale, sciatto, in-significante.

La precisione delle parole e la ricchezza del lessico usate da Baker vengono allora a ricordarci che le parole sono importanti, perché il linguaggio ha il potere di creare realtà, di rendere giustizia alla complessità delle cose, di produrre trasformazioni.

Trash (Disegno di Saul Steinberg)

Trash city (Disegno di Saul Steinberg)

Aver cura dei nostri paesaggi significa allora anche cercare le parole giuste per narrarli, riscoprendo, come dice Raimon Panikkar “il potere creativo della parola, che si rinnova e si arricchisce ogni volta che è pronunciata, rinnovando e arricchendo chi la pronuncia”(Raimon Panikkar,  Lo spirito della parola, Bollato Boringhieri, Torino 2007) .

L’estate della collina è la narrazione di dodici paesaggi, vissuti, scoperti, ascoltati, descritti nello splendore della stagione estiva. Rappresenta, oggi più che mai,  una importante lezione e un invito “a guardare con acutezza, con precisione e con rispetto”, e ad usare le parole con cura, restituendo loro (e alla realtà che attraverso di loro conosciamo) senso, spessore, consistenza, colore.

Spazi aperti alla crisi. Nuovi paesaggi di decrescita urbana

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Da decenni l’urbanistica sta cercando di fare i conti con la cronica mancanza di spazi aperti in ambito urbano, incapace di abbandonare realmente una stagione funzionalista interessata più a occupare il territorio, che a dare spazio .

Oggi la crisi che stiamo vivendo ha sferrato un ulteriore colpo ad un altro aspetto legato allo spazio aperto: quello relativo al suo essere “pubblico”, inteso sia nell’accezione di servizio garantito alla cittadinanza attraverso risorse pubbliche, sia di luogo della comunità, aperto a tutti.

La crisi finanziaria e la relativa mancanza di risorse, a cui si legano conseguentemente una scarsa manutenzione, l’abbassamento della qualità, e l’aumento dell’insicurezza sembrerebbero dunque avere già scritto il requiem per lo spazio pubblico, travolto dall’impossibilità/incapacità delle amministrazioni di gestire, mantenere e valorizzare il proprio patrimonio, così come di immaginare e progettare il suo futuro.

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La bicicletta e l’arte di pensare…anche al paesaggio

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Athos è un amico, da sempre. Il suo ultimo libro “La bicicletta e l’arte di pensare. Cicloturismo filosofico in Val d’Orcia”, (edizioni Effegi)  l’ho letto perché me lo ha regalato, e perché si leggono sempre i libri degli amici. Ma poi è successo qualcosa.

Come una lenta salita in bicicletta, la lettura mi ha appassionato, tramutando lo sforzo di entrare in me stessa (e di pormi domande da tempo sopite), nella soddisfazione di mettermi in discussione, di intravedere risposte, come quando “un bel panorama o un nuovo incontro premiano la fatica del ciclista”.

Il libro è molte cose insieme: un “giro ciclistico intorno all’uomo”, un appassionato dialogo con molti dei più grandi filosofi e pensatori, una guida anomala, ma indiscutibilmente originale, della Val d’Orcia.

Non è decisamente un libro sul paesaggio, eppure l’autore parte spesso da questo, e a questo ritorna, nelle sue divagazioni sul “mistero umano, con i suoi pensieri da scalare, le sue paure da percorrere, i suoi tortuosi sentimenti da visitare”.

Ma questo non parlare di paesaggio o meglio di parlarne dal di fuori, offre importanti spunti di riflessione a chi voglia coglierli, forse proprio perché non intenzionali, o perché riferiti ad un universo più ampio.

Castiglioni (177)

(Foto di Athos Turchi)

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Un partito di giardinieri

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In questa domenica di neve e di elezioni, non trovo pace. Una fastidiosa inquietudine mi agita, senza che riesca a darle un nome, ad identificarne con esattezza la ragione o stabilirne la provenienza.

Ho votato, sfidando le intemperie, e spero di aver scelto per il meglio, o quanto meno di aver evitato il peggio.

Per distrarmi ascolto un po’ di musica, mangio qualcosa, poi apro uno dei tanti libri acquistati da mesi, che aspettano che trovi prima o poi il tempo di leggerli.

La scelta cade su un saggio sul giardino, uno dei tanti: lo apro alla ricerca di un po’ di pace.

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