Archivi categoria: Riconcettualizzare

Spazi aperti per l’accoglienza e la valorizzazione delle diversità

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Diversità è una parola con molte accezioni, ampiamente studiata dalle scienze sociali, ma anche dalle cosiddette “scienze dure”.

Su di essa si basa il processo di riconoscimento sociale, il senso di appartenenza ad un gruppo.  Così come, al contrario, la diversità può accendere sentimenti di divergenza, di rifiuto di ciò che si allontana da quella normalità che conosciamo e che ci è familiare.

Nel 2001 la Dichiarazione Universale UNESCO sulla Diversità Culturale ha stabilito che “fonte di scambi, d’innovazione e di creatività, la diversità culturale è, per il genere umano, necessaria quanto la biodiversità per qualsiasi forma di vita. In tal senso, essa costituisce il patrimonio comune dell’Umanità e deve essere riconosciuta e affermata a beneficio delle generazioni presenti e future”.

Nella realtà quotidiana ci rendiamo conto però di quanto questo sia difficile e di come le diversità (culturali, ma anche religiose, economiche, ecc…) siano molto spesso interpretate come minacce piuttosto che come risorse, alimentando così conflitti: interpersonali, di gruppo, trans-nazionali.

Urban diversity:  Copenhagen’s Superkilen Urban Park by BIG + Topotek1 + Superflex (fonte: http://flash.big.dk/projects/suk/)

Urban diversity: Copenhagen’s Superkilen Urban Park by BIG + Topotek1 + Superflex (fonte: http://flash.big.dk/projects/suk/)

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Le “8 R” del paesaggio – Parte Prima

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“Vede, Robineau,  nella vita non ci sono soluzioni.
Ci sono delle forze in cammino:
bisogna crearle, e le soluzioni verranno”
Volo di notte, Antoine de Saint-Exupèry

 

“Il legame tra «tutela del paesaggio» e «progetto della decrescita» può essere molto stretto (intuitivo, persino banale) nella sua accezione fisica: il paesaggio lo si difende innanzitutto facendo un uso rispettoso e accorto del suolo, programmando un «minor consumo del territorio»”, scrive Paolo Cacciari (P.Cacciari, Paesaggio e decrescita, Comunicazione al convegno :“Il tramonto dell’Occidente”, Cagliari 9-11 novembre 2012).

Indubbiamente lo “stop al consumo di territorio” invocato in molte campagne nazionali e locali, e recepito da alcune Amministrazioni, è un ottimo inizio, ma non basta.

Opporsi semplicemente a nuove edificazioni non salverà il paesaggio dall’aggressione degli appetiti economici di molte forme di uso sostenibile del territorio, dalle lobby dell’energia pulita,  dall’aggressività della green economy o dagli impatti dei biocarburanti, così come nulla potrà contro l’ignoranza di abitanti e amministratori o contro l’abbandono.

Lo spunto che la Decrescita ci può offrire è forse più ampio, se si va oltre la denuncia dell’insensatezza della crescita fine a se stessa, e si considera la fecondità di un approccio basato sul circolo virtuoso di un insieme di cambiamenti interdipendenti, di cui le “8R” sono i principali pilastri.

Rivalutare, Riconcettualizzare., Ristrutturare, Ridistribuire, Rilocalizzare, Ridurre, Riutilizzare, Riciclare, sono concetti che possono essere declinati all’interno di molte discipline, attivando circoli virtuosi capaci di scardinare abitudini abusate, e di contagiare, quindi, anche la pianificazione e la gestione del territorio, aprendo la strada a pratiche di progetto più consapevoli e responsabili.

Se infatti, come sostiene Latouche, il “disastro urbano”, (che  è contemporaneamente “un disastro rurale e paesaggistico”), non rappresenta solo un fallimento degli urbanisti, ma è “il risultato di una crisi di civiltà”, è proprio all’interno di quella “civiltà” che vanno trovati gli anticorpi per provare a vivere e ad abitare in modo diverso.

Tra le macerie delle nostre città sta nascendo quella che Pierre Donadieu  ha definito la società paesaggista, “che non si accontenta dei luoghi in cui vive, né intende dare per scontato un unico modo di abitare, dettato dalle logiche economiche o dalle convenienze di alcuni (…). Essa continuamente critica gli ordini stabiliti mettendo in discussione forme e modi di abitare, ispirandosi di volta in volta ad alternative ecologiche, estetiche, sociali ed economiche” (Pierre Donadieu, Campagne urbane. Una nuova proposta di paesaggio della città, Donzelli, Roma 2006)

Molte infatti sono già le teorie, le pratiche e le realizzazione che, in modo più o meno consapevole, provano a declinare una o più delle “8R” in ambito urbano e territoriale . E’ possibile provare a metterne insieme alcune, anche se forse ancora embrionali, non organiche, diverse per approccio, strumenti, scale,  ma ugualmente importanti per iniziare a immaginare quali potrebbero essere i futuri “paesaggi di decrescita”.

Cedric Price, The city as an egg

Cedric Price, The city as an egg

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Alberi….di Natale

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Anche quest’anno i nubifragi e il forte vento di novembre hanno fatto registrare a Firenze numerosi danni a causa della caduta di rami o di interi alberi.

Un vecchio platano si è schiantato anche in Piazzale Donatello, invadendo la carreggiata, fortunatamente senza gravi conseguenze.

Platano recentemente crollato sulla carreggiata in piazzale Donatello (Fonte: http://multimedia.quotidiano.net/?tipo=photo&media=83499#3)

Platano recentemente crollato sulla carreggiata in piazzale Donatello (Fonte: http://multimedia.quotidiano.net/?tipo=photo&media=83499#3)

Forse anche per questo, a dicembre, assieme al consueto presepe degli artisti del Gruppo Donatello, sono comparsi nel giardino della piazza alcuni nuovi alberi….di Natale?!

Si tratta di alcune robinie, (non di abeti, fortunatamente), ma il modo in cui sono stati piantati sembrerebbe più opera dell’improvvisazione di un maldestro “elfo giardiniere” che di un tecnico munito di progetto approvato, ma soprattutto pensato.

Il presepe a cura degli artisti del “Gruppo Donatello” (foto s.m.)

Il presepe a cura degli artisti del “Gruppo Donatello” (foto s.m.)

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Il tempo del piano: da essere a divenire

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La pianificazione in senso generale, può essere definita come la programmazione di un’attività sulla base di un piano prestabilito.

La pianificazione urbana e territoriale, nello specifico, si occupano, a scale diverse, di predisporre e programmare azioni volte ad organizzare lo spazio e ad affrontare e risolvere problemi di gestione, sviluppo e tutela, attraverso scelte progettuali.

L’approccio da sempre privilegiato è quello di  predisporre azioni, in relazione alla previsione di un andamento futuro, basata sullo studio di dati appartenenti al passato.

Un atteggiamento deterministico che abbraccia totalmente quello che il matematico Pierre-Simon de Laplace sosteneva alla fine del Settecento, e cioè che lo stato attuale dell’universo sarebbe l’effetto del suo stato antecedente e causa del suo stato futuro. Se esistesse quindi una intelligenza capace di conoscere tutti gli elementi, le relazioni e le forze in gioco in un dato istante, il futuro di ogni fenomeno diventerebbe prevedibile, e non dovrebbe presentare sorprese, avere comportamenti insoliti, mostrare contraddizioni.

Già alla fine dell’Ottocento, però, il matematico francese Henri Poincaré aveva intuito che le leggi della fisica non erano in grado di prevedere molti fenomeni naturali, in quanto, come egli sosteneva, “una causa piccolissima che sfugga alla nostra attenzione determina un effetto considerevole che non possiamo mancare di vedere, e allora diciamo che l’effetto è dovuto al caso”.

La nuova scienza e la Teoria del caos hanno successivamente dimostrato vere  le intuizioni di Poincarè, stabilendo che per i sistemi complessi non lineari, l’approccio meccanicistico non funziona,  e che non è possibile fare previsioni attendibili sul loro futuro.  Così come è divenuto ormai chiaro che in natura l’unica costante è l’irregolarità, e che l’unico organismo in equilibrio è quello morto.

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Ripide considerazioni su paesaggi alpini

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Non so se esistano nei vari dialetti dell’Alto Adige diverse parole per indicare la mille gradazioni di verde che contraddistinguono i paesaggi alpini, così come la leggenda metropolitana vuole che gli Inuit abbiano un centinaio di vocaboli per descrivere la neve (….lo so, è una bufala, ma è un peccato che non sia vero!).

Certo è che chi abita qui, o semplicemente vive in questi luoghi per qualche settimana l’anno, sa che il semplice aggettivo “verde” è del tutto insufficiente a dare ragione delle mille sfumature di prati, campi, laghi, boschi, orti che si rincorrono e si sovrappongono per queste valli.

(foto S.M.)

(foto S.M.)

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Se si insegnasse la bellezza

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Peppino Impastato: Sai cosa penso? Che quest’aeroporto in fondo non è brutto, anzi…

Salvo Vitale: Ma che cosa dici?

Peppino Impastato: No ma… Visto così dall’alto, uno sale qua sopra e potrebbe anche pensare che la natura vince sempre, che è ancora più forte dell’uomo e invece non è così! In fondo tutte le cose, anche le peggiori, una volta fatte poi si trovano una logica, una giustificazione per il solo fatto di esistere: fanno ‘ste case schifose con le finestre in alluminio e i muri di mattoni finti… Mi stai seguendo?…

Salvo Vitale: Eh, ti sto seguendo!

Peppino Impastato: …I balconcini, ‘a gente ci va a abitare e ci mette… le tendine, i gerani, la televisione e dopo un po’ tutto fa parte del paesaggio, c’è, esiste, nessuno si ricorda più di com’era prima, non ci vuole niente a distruggere la bellezza.

Salvo Vitale: Ah beh, ho capito, ma allora?

Peppino Impastato: E allora… E allora invece della lotta politica, la coscienza di classe, tutte le manifestazioni e ‘ste fissarie, bisognerebbe ricordare alla gente cos’è la bellezza, aiutarla a riconoscela, a difenderla.

Salvo Vitale La bellezza?

Peppino Impastato: La bellezza, è importante la bellezza, da quella scende giù tutto il resto.

(I cento passiregia di Marco Tullio Giordana, 2000)

 

 

Bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione” sosteneva Peppino Impastato. La bellezza è importante, da quella scende giù tutto il resto.

La creazione di “Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie” nel 1995 è stato sicuramente un primo passo per “valorizzare la memoria delle vittime di mafie e di ogni altra violenza e non dimenticare chi si è impegnato a costruire giustizia”.

Credo però che oggi Peppino Impastato sarebbe particolarmente felice sapendo che l’Italia parteciperà alla terza edizione del Premio  del Paesaggio del Consiglio d’Europa, e lo farà con  il progetto “La rinascita dell’Alto Belice Corleonese dal recupero delle terre confiscate alla mafia”, realizzato dalla “Cooperativa Placido Rizzotto” e presentato proprio da Libera Terra. 

Candidato italiano al Premio del Paesaggio del Consiglio d'Europa 2012-2013
Candidato italiano al Premio del Paesaggio del Consiglio d’Europa 2012-2013

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Paesaggi di parole

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Nell’era del linguaggio sincopato a cui ci hanno abituato mail e sms, tra un classico tvb (ti voglio bene), un anglofono omg (oh my good), fino ad uno spiccio cvd (ci vediamo dopo), certi libri non trovano collocazione, e hanno poco mercato.

A chi può interessare oggi la minuziosa descrizione delle diverse forme e texture dei faggi: “molti apparivano lisci come raso grigio, ma alcuni avevano una ruvidità da carta smeriglia ed erano coperti da un’ombra di muschio”? Perché perdere tempo per definire in cento modi diversi, ognuno estremamente preciso ed evocativo, la luce che attraversa il bosco nelle diverse stagioni e ore del giorno: grigia, acquatica, oscura e brillante, luccicante di granelli infuocati, splendente, dura e metallica, densa e violacea?

“Tu 6 proprio 3mendo” verrebbe da messaggiare all’autore.

TVB (Fonte immagine: http://www.scritturebrevi.it/)

TVB (Fonte immagine: http://www.scritturebrevi.it/)

Ma John Alec Beker scriveva The hill of summer, nel 1967, in un’era pre- internet e telefonia mobile, quando per le parole esisteva forse maggiore considerazione. Solo recentemente (2008) il testo è stato tradotto in italiano da Salvatore Romano, per la nuovissima casa editrice palermitana Gea Schirò, nata con l’obiettivo di proporre “testi nuovi o ignorati che non abdichino alla pratica della complessità”.

E in questo libro, dove  non succede nulla per oltre centocinquanta pagine, è proprio la complessità, la ricchezza della lingua a fare da protagonista. Le parole scorrono, fluiscono in maniera armonica, quasi fossero una musica. La narrazione diventa una cantilena, che attraverso un  ritmo ancestrale (come onda, respiro, battito cardiaco),  conduce in una dimensione diversa, dove il lettore diventa faggio, quercia, muschio, collina, falco, allodola.

Una sorta di “via dei canti” anglosassone, dove le parole creano una melodia che definisce un territorio, un paesaggio, dove l’uomo non è protagonista, ma semplicemente parte di un tutto.

L’autore, invece di un  linguaggio sincopato, sembra voler scegliere una sorta di controtempo, annullando completamente la prima persona (tempo forte), e ponendo l’accento sulla scrittura, sulla parola (tempo debole) capace non solo di descrivere, ma di evocare, far vivere e risuonare un paesaggio.

La scelta delle parole diviene dunque una forma di cura, di amore per il proprio ambiente, che spinge l’autore a cesellare il linguaggio, per dare conto di ogni dettaglio, di ogni sfumatura del microcosmo da lui conosciuto e amato.

Così Beker descrive, ad esempio, i downs, il paesaggio collinare tipico dell’Inghilterra del sud:

“Il sole splendeva e un tagliente vento di luce mi soffiava in faccia come il fremito di una vela bianca sulla verde distesa ondulata. Le colline più a sud erano scure, si allontanavano in crinali ondosi, sbiadendo da grigio in bluastro, scomparendo in un’aria nebulosa. Quelle più vicine sembravano allontanarsi veleggiando, quelle un poco più lontano avvicinarsi lentamente. Quelle più lontane erano quiete nel loro silenzio, estranee a quel paesaggio, appartenenti ad un altro luogo e a un altro tempo. Sotto, sul pendio della collina, cresceva un boschetto, scuro del verde velato delle querce, leggero dell’ondeggiare soffice del frassino, del bianco dei fiori del biancospino e di un fremito dei larici color smeraldo. Il canto caldo dei merli aleggiava verso di me sulle ali della brezza, percepibile solo nei silenzi momentanei delle allodole più in alto”(pag.51).

Downland landscape (Foto di  Giles C. Watson)

Downland landscape (Foto di Giles C. Watson)

Ludwig Wittengstein ha scritto: i limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo”.

In quale ristretto mondo viviamo, allora, noi che affidiamo ad uno scarno tvb, il compito di trasmettere uno dei sentimenti più complessi e multiformi che caratterizzano il genere umano?

Quali paesaggi abitiamo, se usiamo così poche parole per descriverli, o se, ancora peggio, attraverso le parole (consumate, manomesse, improprie) continuamente lo tradiamo, lo violentiamo?

Viene in mente ad esempio la definizione, abusata e indefinita, ma ancora oggi grandemente in auge, di “verde urbano”. Come ha scritto Alain Roger, questa “verdolatria”, così ampiamente professata dai nostri amministratori e legislatori, e così banalizzante, in realtà nuoce gravemente al paesaggio (vedi la L. 10 del 2013, “Norme per lo sviluppo degli spazi verdi urbani”).

Creare “spazi verdi”, infatti, o piantare alberi, niente aggiunge al paesaggio urbano: “atopico, acronico, anartistico, lo spazio verde non si cura dei tracciati, delle proporzioni, degli elementi minerali e acquatici, della composizione paesaggistica o geometrica. E’ un nulla vegetale consacrato alla purificazione dell’aria e all’esercizio fisico” (Pierre e  Denise Le Dantec, Le roman des jardins de France, Plon, Paris 1987, pag.261)

Verde urbano e Verdolatria (Fonte:http://oggiscienza.wordpress.com/tag/verde-urbano/

Verde urbano e Verdolatria (Fonte:http://oggiscienza.wordpress.com/tag/verde-urbano/

Ma ancora oggi, una  nuova parola capace di definire la varietà e le sfumature, o almeno di rendere giustizia alla complessità di  questi paesaggi urbani, relegando finalmente il “verde” nella cornice di un passato funzionalista, non siamo riusciti, o non abbiamo voluto trovarla. E forse è anche per questo che il “verde” urbano è così scadente, banale, sciatto, in-significante.

La precisione delle parole e la ricchezza del lessico usate da Baker vengono allora a ricordarci che le parole sono importanti, perché il linguaggio ha il potere di creare realtà, di rendere giustizia alla complessità delle cose, di produrre trasformazioni.

Trash (Disegno di Saul Steinberg)

Trash city (Disegno di Saul Steinberg)

Aver cura dei nostri paesaggi significa allora anche cercare le parole giuste per narrarli, riscoprendo, come dice Raimon Panikkar “il potere creativo della parola, che si rinnova e si arricchisce ogni volta che è pronunciata, rinnovando e arricchendo chi la pronuncia”(Raimon Panikkar,  Lo spirito della parola, Bollato Boringhieri, Torino 2007) .

L’estate della collina è la narrazione di dodici paesaggi, vissuti, scoperti, ascoltati, descritti nello splendore della stagione estiva. Rappresenta, oggi più che mai,  una importante lezione e un invito “a guardare con acutezza, con precisione e con rispetto”, e ad usare le parole con cura, restituendo loro (e alla realtà che attraverso di loro conosciamo) senso, spessore, consistenza, colore.