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Alberi….di Natale

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Anche quest’anno i nubifragi e il forte vento di novembre hanno fatto registrare a Firenze numerosi danni a causa della caduta di rami o di interi alberi.

Un vecchio platano si è schiantato anche in Piazzale Donatello, invadendo la carreggiata, fortunatamente senza gravi conseguenze.

Platano recentemente crollato sulla carreggiata in piazzale Donatello (Fonte: http://multimedia.quotidiano.net/?tipo=photo&media=83499#3)

Platano recentemente crollato sulla carreggiata in piazzale Donatello (Fonte: http://multimedia.quotidiano.net/?tipo=photo&media=83499#3)

Forse anche per questo, a dicembre, assieme al consueto presepe degli artisti del Gruppo Donatello, sono comparsi nel giardino della piazza alcuni nuovi alberi….di Natale?!

Si tratta di alcune robinie, (non di abeti, fortunatamente), ma il modo in cui sono stati piantati sembrerebbe più opera dell’improvvisazione di un maldestro “elfo giardiniere” che di un tecnico munito di progetto approvato, ma soprattutto pensato.

Il presepe a cura degli artisti del “Gruppo Donatello” (foto s.m.)

Il presepe a cura degli artisti del “Gruppo Donatello” (foto s.m.)

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Se si insegnasse la bellezza

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Peppino Impastato: Sai cosa penso? Che quest’aeroporto in fondo non è brutto, anzi…

Salvo Vitale: Ma che cosa dici?

Peppino Impastato: No ma… Visto così dall’alto, uno sale qua sopra e potrebbe anche pensare che la natura vince sempre, che è ancora più forte dell’uomo e invece non è così! In fondo tutte le cose, anche le peggiori, una volta fatte poi si trovano una logica, una giustificazione per il solo fatto di esistere: fanno ‘ste case schifose con le finestre in alluminio e i muri di mattoni finti… Mi stai seguendo?…

Salvo Vitale: Eh, ti sto seguendo!

Peppino Impastato: …I balconcini, ‘a gente ci va a abitare e ci mette… le tendine, i gerani, la televisione e dopo un po’ tutto fa parte del paesaggio, c’è, esiste, nessuno si ricorda più di com’era prima, non ci vuole niente a distruggere la bellezza.

Salvo Vitale: Ah beh, ho capito, ma allora?

Peppino Impastato: E allora… E allora invece della lotta politica, la coscienza di classe, tutte le manifestazioni e ‘ste fissarie, bisognerebbe ricordare alla gente cos’è la bellezza, aiutarla a riconoscela, a difenderla.

Salvo Vitale La bellezza?

Peppino Impastato: La bellezza, è importante la bellezza, da quella scende giù tutto il resto.

(I cento passiregia di Marco Tullio Giordana, 2000)

 

 

Bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione” sosteneva Peppino Impastato. La bellezza è importante, da quella scende giù tutto il resto.

La creazione di “Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie” nel 1995 è stato sicuramente un primo passo per “valorizzare la memoria delle vittime di mafie e di ogni altra violenza e non dimenticare chi si è impegnato a costruire giustizia”.

Credo però che oggi Peppino Impastato sarebbe particolarmente felice sapendo che l’Italia parteciperà alla terza edizione del Premio  del Paesaggio del Consiglio d’Europa, e lo farà con  il progetto “La rinascita dell’Alto Belice Corleonese dal recupero delle terre confiscate alla mafia”, realizzato dalla “Cooperativa Placido Rizzotto” e presentato proprio da Libera Terra. 

Candidato italiano al Premio del Paesaggio del Consiglio d'Europa 2012-2013
Candidato italiano al Premio del Paesaggio del Consiglio d’Europa 2012-2013

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Paesaggi di parole

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Nell’era del linguaggio sincopato a cui ci hanno abituato mail e sms, tra un classico tvb (ti voglio bene), un anglofono omg (oh my good), fino ad uno spiccio cvd (ci vediamo dopo), certi libri non trovano collocazione, e hanno poco mercato.

A chi può interessare oggi la minuziosa descrizione delle diverse forme e texture dei faggi: “molti apparivano lisci come raso grigio, ma alcuni avevano una ruvidità da carta smeriglia ed erano coperti da un’ombra di muschio”? Perché perdere tempo per definire in cento modi diversi, ognuno estremamente preciso ed evocativo, la luce che attraversa il bosco nelle diverse stagioni e ore del giorno: grigia, acquatica, oscura e brillante, luccicante di granelli infuocati, splendente, dura e metallica, densa e violacea?

“Tu 6 proprio 3mendo” verrebbe da messaggiare all’autore.

TVB (Fonte immagine: http://www.scritturebrevi.it/)

TVB (Fonte immagine: http://www.scritturebrevi.it/)

Ma John Alec Beker scriveva The hill of summer, nel 1967, in un’era pre- internet e telefonia mobile, quando per le parole esisteva forse maggiore considerazione. Solo recentemente (2008) il testo è stato tradotto in italiano da Salvatore Romano, per la nuovissima casa editrice palermitana Gea Schirò, nata con l’obiettivo di proporre “testi nuovi o ignorati che non abdichino alla pratica della complessità”.

E in questo libro, dove  non succede nulla per oltre centocinquanta pagine, è proprio la complessità, la ricchezza della lingua a fare da protagonista. Le parole scorrono, fluiscono in maniera armonica, quasi fossero una musica. La narrazione diventa una cantilena, che attraverso un  ritmo ancestrale (come onda, respiro, battito cardiaco),  conduce in una dimensione diversa, dove il lettore diventa faggio, quercia, muschio, collina, falco, allodola.

Una sorta di “via dei canti” anglosassone, dove le parole creano una melodia che definisce un territorio, un paesaggio, dove l’uomo non è protagonista, ma semplicemente parte di un tutto.

L’autore, invece di un  linguaggio sincopato, sembra voler scegliere una sorta di controtempo, annullando completamente la prima persona (tempo forte), e ponendo l’accento sulla scrittura, sulla parola (tempo debole) capace non solo di descrivere, ma di evocare, far vivere e risuonare un paesaggio.

La scelta delle parole diviene dunque una forma di cura, di amore per il proprio ambiente, che spinge l’autore a cesellare il linguaggio, per dare conto di ogni dettaglio, di ogni sfumatura del microcosmo da lui conosciuto e amato.

Così Beker descrive, ad esempio, i downs, il paesaggio collinare tipico dell’Inghilterra del sud:

“Il sole splendeva e un tagliente vento di luce mi soffiava in faccia come il fremito di una vela bianca sulla verde distesa ondulata. Le colline più a sud erano scure, si allontanavano in crinali ondosi, sbiadendo da grigio in bluastro, scomparendo in un’aria nebulosa. Quelle più vicine sembravano allontanarsi veleggiando, quelle un poco più lontano avvicinarsi lentamente. Quelle più lontane erano quiete nel loro silenzio, estranee a quel paesaggio, appartenenti ad un altro luogo e a un altro tempo. Sotto, sul pendio della collina, cresceva un boschetto, scuro del verde velato delle querce, leggero dell’ondeggiare soffice del frassino, del bianco dei fiori del biancospino e di un fremito dei larici color smeraldo. Il canto caldo dei merli aleggiava verso di me sulle ali della brezza, percepibile solo nei silenzi momentanei delle allodole più in alto”(pag.51).

Downland landscape (Foto di  Giles C. Watson)

Downland landscape (Foto di Giles C. Watson)

Ludwig Wittengstein ha scritto: i limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo”.

In quale ristretto mondo viviamo, allora, noi che affidiamo ad uno scarno tvb, il compito di trasmettere uno dei sentimenti più complessi e multiformi che caratterizzano il genere umano?

Quali paesaggi abitiamo, se usiamo così poche parole per descriverli, o se, ancora peggio, attraverso le parole (consumate, manomesse, improprie) continuamente lo tradiamo, lo violentiamo?

Viene in mente ad esempio la definizione, abusata e indefinita, ma ancora oggi grandemente in auge, di “verde urbano”. Come ha scritto Alain Roger, questa “verdolatria”, così ampiamente professata dai nostri amministratori e legislatori, e così banalizzante, in realtà nuoce gravemente al paesaggio (vedi la L. 10 del 2013, “Norme per lo sviluppo degli spazi verdi urbani”).

Creare “spazi verdi”, infatti, o piantare alberi, niente aggiunge al paesaggio urbano: “atopico, acronico, anartistico, lo spazio verde non si cura dei tracciati, delle proporzioni, degli elementi minerali e acquatici, della composizione paesaggistica o geometrica. E’ un nulla vegetale consacrato alla purificazione dell’aria e all’esercizio fisico” (Pierre e  Denise Le Dantec, Le roman des jardins de France, Plon, Paris 1987, pag.261)

Verde urbano e Verdolatria (Fonte:http://oggiscienza.wordpress.com/tag/verde-urbano/

Verde urbano e Verdolatria (Fonte:http://oggiscienza.wordpress.com/tag/verde-urbano/

Ma ancora oggi, una  nuova parola capace di definire la varietà e le sfumature, o almeno di rendere giustizia alla complessità di  questi paesaggi urbani, relegando finalmente il “verde” nella cornice di un passato funzionalista, non siamo riusciti, o non abbiamo voluto trovarla. E forse è anche per questo che il “verde” urbano è così scadente, banale, sciatto, in-significante.

La precisione delle parole e la ricchezza del lessico usate da Baker vengono allora a ricordarci che le parole sono importanti, perché il linguaggio ha il potere di creare realtà, di rendere giustizia alla complessità delle cose, di produrre trasformazioni.

Trash (Disegno di Saul Steinberg)

Trash city (Disegno di Saul Steinberg)

Aver cura dei nostri paesaggi significa allora anche cercare le parole giuste per narrarli, riscoprendo, come dice Raimon Panikkar “il potere creativo della parola, che si rinnova e si arricchisce ogni volta che è pronunciata, rinnovando e arricchendo chi la pronuncia”(Raimon Panikkar,  Lo spirito della parola, Bollato Boringhieri, Torino 2007) .

L’estate della collina è la narrazione di dodici paesaggi, vissuti, scoperti, ascoltati, descritti nello splendore della stagione estiva. Rappresenta, oggi più che mai,  una importante lezione e un invito “a guardare con acutezza, con precisione e con rispetto”, e ad usare le parole con cura, restituendo loro (e alla realtà che attraverso di loro conosciamo) senso, spessore, consistenza, colore.

La bicicletta e l’arte di pensare…anche al paesaggio

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Athos è un amico, da sempre. Il suo ultimo libro “La bicicletta e l’arte di pensare. Cicloturismo filosofico in Val d’Orcia”, (edizioni Effegi)  l’ho letto perché me lo ha regalato, e perché si leggono sempre i libri degli amici. Ma poi è successo qualcosa.

Come una lenta salita in bicicletta, la lettura mi ha appassionato, tramutando lo sforzo di entrare in me stessa (e di pormi domande da tempo sopite), nella soddisfazione di mettermi in discussione, di intravedere risposte, come quando “un bel panorama o un nuovo incontro premiano la fatica del ciclista”.

Il libro è molte cose insieme: un “giro ciclistico intorno all’uomo”, un appassionato dialogo con molti dei più grandi filosofi e pensatori, una guida anomala, ma indiscutibilmente originale, della Val d’Orcia.

Non è decisamente un libro sul paesaggio, eppure l’autore parte spesso da questo, e a questo ritorna, nelle sue divagazioni sul “mistero umano, con i suoi pensieri da scalare, le sue paure da percorrere, i suoi tortuosi sentimenti da visitare”.

Ma questo non parlare di paesaggio o meglio di parlarne dal di fuori, offre importanti spunti di riflessione a chi voglia coglierli, forse proprio perché non intenzionali, o perché riferiti ad un universo più ampio.

Castiglioni (177)

(Foto di Athos Turchi)

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Un partito di giardinieri

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In questa domenica di neve e di elezioni, non trovo pace. Una fastidiosa inquietudine mi agita, senza che riesca a darle un nome, ad identificarne con esattezza la ragione o stabilirne la provenienza.

Ho votato, sfidando le intemperie, e spero di aver scelto per il meglio, o quanto meno di aver evitato il peggio.

Per distrarmi ascolto un po’ di musica, mangio qualcosa, poi apro uno dei tanti libri acquistati da mesi, che aspettano che trovi prima o poi il tempo di leggerli.

La scelta cade su un saggio sul giardino, uno dei tanti: lo apro alla ricerca di un po’ di pace.

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Cambiamenti climatici e nuovi paesaggi: il caso delle foreste pop-up

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Fino dalle elementari  ci hanno insegnato  che la “tundra” è una  formazione vegetale tipica delle regioni artiche, caratterizzata dalla mancanza di alberi, la cui crescita risulta impossibile a causa delle temperature troppo basse, che mantengono il suolo perennemente ghiacciato (il cosiddetto permafrost).

Uniche presenze vegetali: muschi, licheni e qualche basso cespuglio, misero cibo per gli sfigati lemming e per le renne, che sole contribuivano (grazie all’evocazione del gioioso clima  natalizio),  a  renderci un po’ più  allegro il desolato quadro d’insieme illustrato nel sussidiario.

Mappa della tundra:  ecozona tipica delle regioni Artiche del Nord America e dell’Eurasia (Fonte: http://arcticstudies.pbworks.com/w/page/13623330/Tundra)

Mappa della tundra: ecozona tipica delle regioni Artiche del Nord America e dell’Eurasia (Fonte: http://arcticstudies.pbworks.com/w/page/13623330/Tundra)

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La fine del mondo e la politica della felicità

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Oggi, nel giorno della presunta fine del mondo, l’Occidente ha perso l’ennesima occasione di porsi in ascolto di culture altre.

Ha preferito lasciarsi andare all’isteria, oppure tentare di distorcere, ridurre a folklore o deridere la cultura Maya, senza preoccuparsi di approfondire la saggezza ancestrale che lega questo popolo alla natura e al proprio ambiente; o la concezione ciclica del tempo, che vede nell’ Oxlajuj B’ak’tun la fine di un periodo oscuro e l’inizio di un ciclo di luce di 5.125 anni, che segnerà il rifiorire della conoscenza, delle arti, della cultura e della spiritualità dei Maya, e forse di tutto il mondo.

L’inizio della nuova era, che si è compiuto oggi 21 dicembre 2012 con la nascita del sole, rappresenta infatti secondo i Maya “il tempo per rafforzare la saggezza ancestrale, la pratica e la ricerca permanente dell’equilibrio; un momento di trascendenza, per elevare la coscienza degli esseri umani e riconoscerci come tali, per raggiungere l’intesa collettiva”, e per “fare in modo che l’essere umano sia davvero umano, in equilibrio con il cosmo e la Madre Terra” (Consejo Del Pueblo Maya De Occidente “Por la defensa de la vida y el territorio”, 30 novembre 2012).

Quetzal foto 4 pagina

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